A cinque mesi di distanza dalla prima e pesante inchiesta che ha visto coinvolti apparati politici e amministrativi regionali, una nuova bufera giudiziaria si è abbattuta sulla politica calabrese con l’indagine ‘Passepartout’ che, addirittura, ipotizza l’esistenza di una associazione a delinquere finalizzata alla commissione di reati contro la pubblica amministrazione. Si tratta di una notizia funesta per la nostra regione e per i calabresi, una notizia che pone nuovi ed urgenti quesiti a cui tutti noi – a partire da chi come me ricopre il ruolo di amministratore ed, in particolare, di Presidente della Commissione contro la ‘ndrangheta – dobbiamo dare risposte vere e concrete.

È necessaria una premessa: il lavoro della Magistratura continuerà sulla strada della legalità e alla ricerca della verità; nella Magistratura va riposta la massima fiducia, pur consapevoli che in uno stato di diritto il garantismo non può essere calpestato da niente e da nessuno. C’è però un altro lato della medaglia che è quello che, da uomo politico e da consigliere regionale, mi interessa maggiormente: la questione politica. Perché se a livello giudiziario sarà necessario attendere gli eventuali gradi di giudizio, a livello politico la questione va analizzata immediatamente nella piena consapevolezza che tra pochi mesi saremo chiamati a votare per le elezioni regionali.

Non ho avuto modo di leggere i documenti dell’inchiesta e auspico che le parti interessate (cosa avvenuta in passato una sola volta) possano fornirci ulteriori elementi per una valutazione che, ad oggi, sarebbe difficile, se non impossibile, da completare. Quello che conosco personalmente, infatti, è soltanto ciò che è stato reso pubblico attraverso gli organi di stampa.

Voglio ribadire un dato: nessuno è colpevole fino alla sentenza di condanna e, talvolta, gli esiti delle attività investigative sono travisati e/o male interpretati per la natura e caratteristica stessa degli strumenti posti a disposizione degli inquirenti. In tal senso, una cosa è ascoltare “personalmente” una intercettazione telefonica e/o ambientale, altra cosa è “leggere” il freddo verbale di trascrizione di una telefonata ascoltata da altri. Ma sono, altresì, certo che le Forze dell’Ordine e la Magistratura italiana, la migliore e la più qualificata al mondo nonostante la grande ristrettezza di risorse umane e finanziarie a disposizione, non sono animate da spirito persecutorio né, tantomeno, perseguono obbiettivi e finalità diverse da quelle della affermazione del principio e del primato della legalità. Gli straordinari risultati ottenuti dalle Forze dell’Ordine e dalla Magistratura nel contrasto alla criminalità organizzata nella martoriata terra di Calabria, sono sotto gli occhi di tutti.

Non si tratta, dunque, di prendere parte per gli uni o per gli altri, per gli indagati o per gli investigatori, sulla scorta delle sole notizie giornalistiche. Le vicende giudiziarie vanno lette nella loro complessiva e specifica portata. Si tratta, allora, di conoscere le vicende nel dettaglio.

Mi sono sempre dichiarato di formazione berlingueriana, nella piena consapevolezza che nei nostri giorni è quanto mai attuale la “questione morale”. Passo molto del mio tempo a spiegare ai ragazzi nelle scuole che la corruzione altro non è che l’altra faccia di quel grande male che sono le mafie. Non vorrò, certamente, sottrarmi oggi a questa mia convinzione.

La politica sappia fare la propria parte. Sappia pretendere di essere informata nel dettaglio dai suoi “rappresentanti” sugli accadimenti giudiziari che li coinvolgono e, all’esito, sappia adottare i necessari e conseguenziali provvedimenti, in termini di difesa ad oltranza, ovvero e se necessario, in termini di espulsioni di chi ha preferito fare il politicante prenditore. Solo così potremo riconquistare la fiducia dei calabresi e degli italiani e definirci degni rappresentati del popolo sovrano.

On. Arturo Bova

Presidente della Commissione contro la ‘ndrangheta in Calabria